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Primi palchi: Mudimbi, New Live Ottobre 2017

Se aprite il sito di Mudimbi e scrollate attraverso videoclip e foto, troverete una foto di Michel sorridente, in tuta meccanica in un campo da basket. Insieme a questa foto, una lettera. Nel 2016, Michel si è licenziato dall’officina meccanica in cui ha lavorato per dieci anni per inseguire un sogno. La lettera parla di forza di volontà, di sacrifici, ma soprattutto di coraggio.
Artista che non lascia niente al caso, animale da palco, rapper atipico: a un anno e cinque mesi da quella lettera, a ottobre, è stato votato dai locali del nostro circuito nella Live Parade tra i New Live. Gli abbiamo fatto qualche domanda riguardo i suoi Primi Palchi e abbiamo scoperto che la sua prossima tappa potrebbe essere San Remo…

 

La nuova classifica Live Parade, votata dai gestori e direttori artistici dei live club italiani, ti ha nominato tra i migliori New Live. Te l’aspettavi? Come ti senti a riguardo?

Sì me l’aspettavo! Conosco bene il live che porto in giro, perché ne ho immaginato e studiato ogni minimo dettaglio. Conosco anche bene cosa c’è in giro, cosa fa la “concorrenza”, a prescindere dal genere. Quindi sì, me l’aspettavo, era solo questione di tempo.


Hai da poco suonato in vari locali del nostro circuito, come il Circolo Ohibò a Milano e il Reasonanz a Loreto – c’è una differenza di approccio durante questi live? Essendo tu marchigiano, senti un rapporto diverso con il pubblico della tua terra rispetto magari a concerti in altre regioni?

Nessuna differenza per me. Non c’è, in partenza, differenza nel suonare davanti a un pubblico siciliano piuttosto che veneto, così come non c’è differenza nel suonare di fronte a 10 persone o 1000. La differenza possono farla solo le persone, non il loro numero o la loro provenienza, ma il modo in cui reagiscono a quello che dai loro, nel modo in cui ti rispondono. Io do sempre tutto quello che ho sul palco, a volte mi è capitato che un pubblico davvero ridotto mi abbia dato indietro molto più di una platea gremita. Riguardo ai marchigiani, bè giocare in casa ha i suoi aspetti positivi e negativi. È come cantare la canzone di Natale di fronte ai parenti, non sai mai se ti stanno ad ascoltare perché sei bravo o perché gli fai pena. Comunque a me vanno bene entrambe, basta che stiano ad ascoltare!

 

Dopo anni di magra, assistiamo a un nuovo sviluppo del rap e della trap in Italia; forse possiamo considerarli una delle poche valide alternative al cantautorato pop -a tratti banale- che va molto in questo momento. Ho l’impressione, però, che il rap sia ancora un genere un po’ snobbato, soprattutto live. Sui grandi palchi ci sono i soliti vecchi nomi, e nonostante il successo di nuove voci come Ghali, le programmazioni dei live club sono più votate a una cultura indie-pop. Ti sei mai sentito svantaggiato in questo, soprattutto agli inizi?

Assolutamente no. Né agli inizi né ora. La mia grossa fortuna è che, pur facendo rap in maniera a dir poco magistrale (ahahah), non ho davvero niente a che fare con la scena rap italiana. Nessuno mi ha mai accostato a qualcosa di già esistente sulla piazza rap e, per quanto all’inizio questo mi sembrasse un male, in poco tempo mi sono reso conto che è, e sarà, la mia grande fortuna.

Per dieci anni hai lavorato in un’officina, prima di licenziarti per inseguire il tuo sogno di fare musica. Quando hai capito che era questa la tua strada?

Quando mi sono accorto che dopo dieci anni di lavoro non c’era niente che mi rendesse fiero di me, se non il fatto di essere sopravvissuto per dieci anni.


Ricordi ancora la prima volta che hai suonato dal vivo?

Come dimenticarla! Ricordo chiaramente tutte le volte che ho fatto qualcosa per la prima volta in ambito musicale ma, nello specifico, il mio primo live da solista (nel senso che ero proprio solo, non c’era nemmeno il dj) è stato il 13.12.13 a Pescara in uno dei locali più bui che abbia mai visto. Il pubblico non era propriamente sobrio e la serata era dancehall/trap, quindi chi era lì era lì per ballare e fare festa. Io ero molto calmo, ma anche molto concentrato. Tendevo, fino a un po’ di tempo fa, a restare in silenzio per un’oretta circa prima che iniziasse il live, ma non per paura, era solo bisogno di calma. Salii sul palco, pronto come pochi, avevo provato quel live per forse due o tre settimane, tutti i giorni, appena tornato da lavoro, chiudendomi in camera e sudando come una mortadella, saltando, cantando e ballando. Andò tutto esattamente come doveva andare, imprevisti compresi. Una volta finito, scesi dal palco, mi diedi una pacca sulla spalla e via!

 

Qual è la canzone che preferisci interpretare live? E quella preferita dal pubblico?

Non ne esiste una preferita per me. Ogni canzone ha un suo modo di porsi e di farsi interpretare e quello che piace a me è proprio questo, perché non mi sembra di cantare per un’ora e un quarto sempre lo stesso pezzo. Così c’è quella più serrata e rap come Missili e quella più cantata come Senso.

Il pubblico ama molto Giostre, per tutto quello che c’è dietro, Amnesia, in parte con mia grande sorpresa (non è stata mai promossa, ma sapevo che sarebbe piaciuta a prescindere), e Tachicardia perché stacca le piastrelle dal muro.

 

Quali sono i prossimi piani e i locali in cui non vedi l’ora di suonare?

Ora l’unico piano è Sanremo. Il 15 dicembre siamo in diretta su Rai 1 per l’ultima fase di selezione, con tanto di televoto da casa, di Sarà Sanremo. Passata questa fase, mi metterò a scrivere e a comporre, davvero tanto. Ci saranno di certo altre date del tour. Io con la testa sono già al prossimo album.

Locali? Ho già suonato quasi dappertutto, anche in locali enormi in apertura a qualcuno di enorme. Il piano è sempre stato diventare quel qualcuno e riempire da solo quei posti.