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Against All The Odds: Intervista a Birthh

Se nella scena musicale italiana è davvero difficile riuscire essere notati fin da giovanissimi, essere rispettata in un ambiente molto maschilista e riuscire a ottenere una visibilità anche all''estero, Alice Bisi in arte Birthh sta scardinando tutti questi tradizionalismi.

A poco più di venti anni sta suonando in tutta Italia, in Europa fino all'SXSW di Austin (Texas)  sfoggiando una maturità e un carattere incredibile, anche grazie a una squadra di professionisti che sta risaltando tutto il suo talento. Grazie Alice per questa bella intervista.

Il tuo modo di scrivere mi sembra molto introspettivo e sia per la mia esperienza personale che per le cose che mi hanno sempre raccontato, ho l’idea che iniziare a fare musica per un ragazzo sia diverso che per una ragazza. Nel senso che per un ragazzo iniziare a suonare è molto legato agli aspetti quasi “camerateschi” della band. Secondo te questa cosa è vera? Ha influito nel tuo modo di scrivere?
Non posso dirti con esattezza se questa cosa abbia influito sul mio modo di scrivere, ma è vero che una ragazza che suona viene trattata diversamente da un ragazzo e questo succede per una serie di ragioni che non starò neanche a elencare. In generale però, quando mi vedono con una band di due ragazzi, pensano che io abbia scritto le canzoni con la chitarrina e la vocina, mentre i ragazzi invece hanno fatto tutto il resto; perché gli arrangiamenti, la produzione, le cose tecniche, sono cose che solo i maschi sanno fare. Diciamo che è un po’ un pensiero comune, ma per fortuna le cose stanno cambiando rispetto a quando ho iniziato a suonare cinque anni fa. Però effettivamente ci sta ancora gente che mi dice: “Allora tu hai scritto le canzoni e loro le hanno arrangiate?” E io dico “Veramente no”.  Ovviamente non ho fatto tutto io: Lorenzo e Massimo, che sono i ragazzi con cui suono, sono musicisti che stimo e mi aiutano molto, però le redini di questo progetto le ho io e se secondo me una cosa funziona in un modo, voglio che rimanga così.

Sempre su questo aspetto, ho sentito in un’intervista che parlavi di cose spiacevoli accadute durante i concerti e non sei l’unica che mi ha detto cose del genere. Cosa da fastidio?
Da un po’ fastidio, è il discorso che ti facevo prima: è frustrante. Uno lavora tanto per fare una cosa… Spesso ho sentito con le mie orecchie frasi tipo: “Ah lei è bravissima, è bravissima” quando in realtà intendono tutt’altro. Io alla fine la prendo abbastanza con filosofia quando succedono queste cose, perché in fondo se qualcuno ha delle visioni così limitate sono problemi suoi. Io me la vivo bene lo stesso la vita, soprattutto andando a cercare la profondità delle cose. Però mi rendo conto anche che non è facile, perché si è sempre un po’ svalutate.
Poi ci sono altre situazioni spiacevoli: dal tizio che vuole settarmi l’ampli perché crede che io non sappia tirar fuori un suono della chitarra a quello che si stupisce perché io sappia cos’è una DI.
Fortunatamente queste cose ora accadono meno perché il livello si è un po’ alzato; però sì, c’è sempre quella puntina di “tanto tu non lo sai fare”.

Ok, finita questa parentesi. Ma continuando a parlare di live, come si è evoluta la tua performance? Prima suonavi solo chitarra e voce, poi con il progetto Birthh questa cosa è cambiata e, anche nell’evoluzione di Birthh, come sono cambiati i tuoi live?
Intanto la prima cosa più evidente è che non sono più sola, ma suono con due persone ed è un’esperienza totalmente nuova, perché non avevo mai suonato prima con qualcuno se non alle Medie. L’esigenza di suonare con due persone è nata perché vorrei fare ricorso il meno possibile a basi o altro. Poi mi piacciono gli arrangiamenti ricchi e anche in tre diventa difficile suonare tutto perché comunque abbiamo due braccia a testa e magari riprodurre la versione registrata con 30 tracce diventa complicato; però l’idea è di suonare i pezzi più live possibile, perché ti diverti e ci entri dentro in un modo molto diverso se ti limiti a premere un bottone e mandare le basi. E se riesco a emozionarmi suonando, allora posso trasmetterlo alle persone che ascoltano. Sennò diventa proprio il karaoke e a me questo non piace.

Infatti in un’intervista dicevi che dato che i brani che hai scritto risalgono a molto tempo fa, diventa difficile empatizzarci dal vivo e “indossi delle lenti” per suonarli. Quindi, il fatto di ricercare una certa empatia durante i live fa parte di queste lenti che indossi…
Certo, è proprio come tornare indietro nel tempo per quei 3 minuti della canzone, a certe situazioni che ho vissuto prima. Ora sono molto cambiata rispetto a come potevo essere due o tre anni fa, anche rispetto all’anno scorso, quindi diventa difficile immedesimarsi, anche se le canzoni le ho scritte io. Perciò sì, questa cosa mi aiuta molto.

A proposito, sapresti darci qualche altro insegnamento che hai appreso durante queste date?
Diciamo che da un anno a questa parte ho veramente cambiato totalmente la mia prospettiva di live e di come secondo me deve essere un concerto. Intanto, ci deve essere una preparazione impeccabile prima, non impeccabile in senso di perfezione, ma l’esecuzione deve essere provata molto, deve essere suonata insieme soprattutto se si ha un gruppo, per creare un legame che altrimenti non si creerebbe. Serve sinergia sul palco quando ci sono più persone. È una delle prime cose che personalmente noto come ascoltatrice e spero a mia volta di riuscire a trasmetterla a chi ascolta i miei concerti. Poi serve una preparazione tecnica. Una piccola nota quasi da nerd: spendere 100 euro in più per uno strumento perché molte volte poi quei soldi tornano indietro con la prestazione. Le attrezzature un po’ più economiche si rompono in continuazione. È incredibile: sembra assurdo, ma si rompono durante live, o appena prima del live, durante il tour. Se si riesce, si deve fare un investimento in più per avere cose di qualità. E poi di divertirsi, secondo me è importantissimo sentire il live. Quando si canta si deve pensare bene alle parole che si dicono. È il discorso di prima, di non fare il karaoke. Bisogna pensare bene alle emozioni che si vogliono trasmettere o anche che non si vogliono trasmettere.

Mi sembra che sei molto attenta a voler comunicare certe emozioni, che magari dovrebbe essere una cosa che viene spontanea; ma è come se avessi dei piccoli processi che ti aiutano a farlo.
In realtà i processi vengono dopo. In generale, come tutte le cose nella mia vita, prima le vivo sulla mia pelle in modo del tutto spontaneo, poi ci ragiono e cerco di capire, per renderle il meno imprevedibili possibile. Magari tre volte riesco a emozionarmi e altre tre volte no. E allora mi chiedo “Perché a questo giro mi sono emozionata meno?” e cerco di capire come posso fare per ricreare la stessa situazione di emozione. Cosicché il rischio di non emozionarsi sia il meno possibile. Però non è un processo che parte da subito, è una cosa che devo prima sperimentare sulla mia pelle.

Andiamo dall’altra parte del palco allora: avendo suonato all’estero, secondo te cosa dovrebbe imparare il pubblico italiano da quello straniero? Sempre che debba imparare qualcosa.
Sai che non saprei? Forse dovrebbe imparare a stare un po’ più attento a volte; però in realtà noto che la disattenzione c’è un po’ da ovunque. Durante il primo concerto che ho fatto, al SXSW a Austin in Texas, c’era un amico che era venuto a sentirmi, che mi diceva che la gente ai concerti, non solo durante il mio, , guarda i cellulari, poi si fa la foto, poi fa la foto al gruppo, poi manda un messaggio ed è un peccato perché si perde una buona metà dell’esperienza. Senza andare nel banale, sappiamo tutti la questione degli schermi e bla bla bla. Però è davvero un discorso di attenzione, perché non sembra, ma queste cose occupano un sacco di spazio del cervello e quindi poi ti distolgono da quello che hai davanti, però lo fanno tutti: non è un discorso italiano. Anzi forse in Italia a volte ho trovato molte persone interessate. Ecco forse un piccolo appunto è che si dovrebbe imparare un pochino meglio l’inglese, così almeno si capiscono i testi. Sembro un po’ pretenziosa se dico così, però magari sto un mese su un testo perché non mi torna e poi alla fine in Italia non lo considera nessuno perché la gente semplicemente non lo capisce.

Il tuo disco ha molti suoni elettronici, però in qualche intervista hai detto che non lo definiresti un disco di musica elettronica.
Allora, partiamo dal fatto che secondo me la musica elettronica sta diventando un genere un po’ inesistente. Nel senso che “elettronica” può essere qualsiasi cosa: da fare un sample di alcuni suoni e processarli, dal partire con suoni sintetici a far diventare suoni organici suoni sintetici oppure il contrario. Diciamo che in generale c’è un sacco di confusione, soprattutto adesso, col fatto che bene o male di elementi elettronici ce ne sono un po’ dappertutto, in qualsiasi genere. Non lo definirei quasi più un genere, l’ “elettronica”. Comunque le mie canzoni restano canzoni, nel vero senso della parola. C’è sempre un’idea definita del pezzo che si basa sulla voce e su una linea melodica e armonica che la seguono. Quindi il disco ha elementi elettronici e io di sicuro non riuscirò mai probabilmente a fare un pezzo senza, perché già una volta che processi un suono fai elettronica. Però forse dovremmo proprio rivederne un po’ la definizione e secondo me molti meno dischi verrebbero chiamati elettronici.

Ho l’impressione che per come sia il mercato, un progetto o diventa subito la famosa Next Big Thing o è un po’ destinata all’anonimato. Te appena uscita hai subito suonato all’estero. Quando hai iniziato a scrivere i pezzi, come ti aspettavi la tua carriera?
Ma io non mi aspettavo neanche una carriera. In realtà ho fatto i pezzi perché mi andava, facevo questa cosa come passatempo e non ci ho mai messo troppa serietà dentro perché forse non m’interessava. Forse adesso lavoro alle cose con più serietà, però il risultato non cambia, quando si parla solamente della composizione. Nel senso che a volte ti possono venir fuori cose bellissime da una stupidaggine o delle cose bruttissime da un momento estremamente serio in cui vuoi proprio fare le cose in modo davvero professionale. Comunque non avevo nessun tipo di pretesa: ho registrato questi pezzi perché vedevo che suonavo in giro un pochino, anche troppo perché non avevo niente fuori - si basava tutto sul passa parola. Però mi rendevo conto che mi sarebbe piaciuto andar fuori, avere un disco che la gente potesse ascoltare e che mi permettesse di suonare sempre di più. È nato tutto così, dal bisogno di suonare e non lo so cosa è successo dopo, ma sono contenta.

PROSSIME DATE DI BIRTHH:
24-02 : Genova - Bangarang @ Crazy Bull
25-02 : Firenze - Tender
Dal 13-3 al 19-3 : Austin - TX (USA) - SXSW
Dal 18-4 al 22-4 : Toronto CANADA - CANADIAN MUSIC WEEK
09-05 : Londra (UK) - Hoxton Bar&Kitchen
10-05 : Brighton (UK) - Green Door Store