Live People

Concerto per il Bangladesh, il primo a scopo benefico

Beatles è una delle parole magiche del Novecento. Perfino lo storico francese Jack Le Goff annovera i Beatles tra gli “eventi” più influenti del secolo passato. Il solo nominarli evoca rivoluzioni musicali, di costume, culturali, discografiche. Sarebbe interessante prima o poi fare un elenco dettagliato di tutto ciò che in campo artistico e musicale è stato fatto da loro per la prima volta, come per esempio un videoclip (Rain), la stampa dei testi a corredo del vinile (Sgt Pepper), un concerto rock in uno stadio (1966 New York, Shea Stadium), un brano suonato in diretta in mondovisione (All You Need is Love) e molto, molto altro. I Beatles erano anche una macchina da soldi, anzi lo sono tuttora. E dunque questa storia che raccontiamo ora nasce proprio dai soldi, quelli che si raccolgono per la prima volta con la musica per una causa benefica. E chi, se non un Beatle, poteva mettere in moto questo ingranaggio? Il Live Aid negli anni Ottanta fu senz’altro il più grosso evento benefico a livello mondiale, giovandosi anche della diretta televisiva intercontinentale, ma il precursore di tutto fu il Concerto per il Bangladesh, organizzato dal Beatle George, in un doppio spettacolo al Madison Square Garden di New York, il primo giorno di Agosto del 1971. Nei mesi precedenti i fab four erano ormai di fatto sciolti, schierati addirittura su banchi opposti in tribunale, con Paul da una parte e Ringo, George e John dall’altra, per storie di manager, produzioni e diritti sulle canzoni. Siamo nell’epoca in cui George collabora a Imagine, il secondo album solista di Lennon ormai stabilitosi con Yoko Ono al Dakota Building nei pressi di Central Park nel cuore della Grande Mela , e allo stesso tempo lancia il suo disco All Things Must Pass, che rimanendo in tema di prime volte resta il primo album triplo in studio pubblicato da un artista solista, e sarà il primo album di un beatle da solo a raggiungere la vetta delle classifiche inglesi e americane. George coltiva anche la sua amicizia artistica e umana con il musicista indiano Ravi Shankar, inizialemnte suo insegnante di sitar. E’ proprio Shankar a chiedere aiuto a Harrison per una popolazione che ormai è allo stremo, in una crisi umanitaria senza precedenti e che necessita di tutto e tutti.

Nel 1970 la popolazione del Bangladesh si trova a fronteggiare una feroce guerra col Pakistan per avere l’indipendenza, normale conseguenza dell’esito elettorale, e passare dunque da Pakistan dell’Est a Bangladesh. I numeri sono impressionanti, quasi un milione di morti. A questo si aggiunge un tremendo ciclone, che con vento e acqua distrugge intere zone del paese lasciando tantissime persone senza più nulla, neanche la casa. La carestia, la miseria e la diffusione di malattie come il colera, spinge in India quasi dieci milioni di profughi. Un disastro umanitario che ha bisogno di tutti per essere quanto meno alleviato. Harrison sa che la sua fama di Beatle in quegli anni può essere decisiva per organizzare anche in poco tempo un grande evento di sostegno a quella gente, così senza indugiare troppo, raccoglie l’invito di Shankar a “fare qualcosa”, e in poco tempo prova a mettere su un concerto, che possa anche diventare un film e un disco in modo da ricavare più proventi possibili da devolvere in aiuti. I primi a cui si rivolge George sono i suoi amici di sempre, Ringo Starr accetta immediatamente, Paul si fa fermare dai problemi tra loro di quel periodo e rinuncia, mentre su John la situazione è più ingarbugliata. La verità è a metà strada tra impegni già presi e la richiesta di avere sul palco accanto a se anche Yoko Ono, cosa che pare non gradita a George, e quindi neanche Lennon è della serata. Vanno assolutamente risolte altre due situazioni che darebbero lustro e visibilità all’evento, missioni che saranno portate a termine. Tornerà infatti a calcare un palco “americano” Bob Dylan che mancava live dagli States dal 1966, e dopo faticose trattative, soprattutto legate alla poca lucidità e affidabilità di quel momento, anche Eric Clapton lasciò le mura di casa in Inghilterra in cui si era rinchiuso per volare alla vota di New York. A completare il cast dei partecipanti all’evento nomi di tutto rispetto come Leon Russell e Billy Preston, Badfinger, Jim Horn, Klaus Voormann, Alla Rakha, Jim Keltner, Jesse Ed Davis e Claudia Linnear, oltre naturalmente a Ravi Shankar che riporta uno degli aneddoti più divertenti dell’intera serata raccontato in un’intervista poco tempo dopo.

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“I nostri strumenti sono molto delicati, e il caldo dei riflettori e della sala ci costrinse ad accordarli per mezzo minuto. Quando finimmo di accordarli e ci stavamo preparando a iniziare il brano, scoppiò un enorme applauso. Suppongo che molti fra gli spettatori, non conoscendo il nostro repertorio, abbiano pensato che avessimo suonato il primo brano. Spontaneamente dissi al microfono: "Se vi è piaciuta così tanto la nostra accordatura, spero che la nostra esecuzione vi piaccia molto di più... ".

L’assenza dai palchi dei Beatles dal 1966 regala dei momenti inediti: molti dei brani presenti sui dischi, infatti, non avevano mai avuto esecuzioni live, e se con una macchina del tempo fosse possibile andare sotto quel palco, si ascolterebbero per la prima volta canzoni di George come Something, Here comes the sun e While My Guitar Gently Weeps. Quest’ultima tra l’altro ha una curiosità importante: nell’incisione, un assolo di Eric Clapton rappresenta il primo vero intervento di un altro musicista su un brano dei Beatles.

Alla vigilia dell’appuntamento Harrison fa di più, pubblica anche una sua canzone, un singolo dal titolo Bangla Desh, per raforzare ancora di più la possibilità di raccogliere soldi in beneficenza, anche questa una prima assoluta.

Il concerto ebbe luogo davanti a un pubblico felice di contribuire a una causa importante e altrettanto felice di vedere sul palco alcune vere e proprie icone della musica di quegli anni. A livello tecnico tuttavia non fu così semplice organizzare le registrazioni. Più che un sussguirsi di rockstar sul palco per lunghi tratti si venne a formare una vera e propria orchestra che accompagnava di volta in volta il solista. Per non parlare dei delicati suoni indiani che spesso venivano “mangiati” dalla presenza del pubblico. Il lavoro in post produzione fu seguito da Phil Spector, considerato da molti, in quegli anni, e per quelli a venire, il top dei produttori. I tempi di pubblicazione del disco ebbero notevoli ritardi per questioni contrattuali da chiarire tra le etichette in campo, ma resta il fatto che si era creato un precedente importante. La musica può aiutare a stare meglio, anche concretamente. Questa lezione sarà decisiva per gli anni a venire, non solo per il già citato Live Aid, ma per tutta quella miriade di iniziative grandi e piccole, che sfruttando la celebrità e il seguito degli artisti, possono aiutare concretamente ad alleviare le sofferenze che in tante parti del pianeta si manifestano quotidianamente e ferocemente.