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Deiana, Confassociazioni: «La cultura è un valore che va condiviso e non sedimentato»

Da qualche mese, ormai, l’associazione di categoria di Live club e Festival, KeepOn Live, è entrata a far parte della grande famiglia di Confassociazioni, la Confederazione delle Associazioni Professionali. Si tratta del soggetto di rappresentanza unitaria delle Federazioni, dei Coordinamenti, delle Associazioni, dei singoli Professionisti e delle singole Imprese che esercitano attività professionali “non organizzate in ordini e collegi”, in Italia ed in Europa. Abbiamo intervistato il presidente, Angelo Deiana, toccando temi molto cari alla nostra associazione di categoria, come il valore della cultura, della rete, della collaborazione e del riconoscimento di una categoria come quella degli operatori della musica dal vivo.

Abbiamo fatto dello slogan “contarsi per contare” la base con cui riassumere l’importanza della base sociale per il lavoro che svogliamo come associazione di categoria: possiamo dire che vale lo stesso per Confassociazioni?
Assolutamente sì: il tema di questo mondo e del mondo del futuro è fare rete. La massa critica è un punto importante di riflessione non solo quantitativo ma anche qualitativo. È chiaro che essere bravi ma pochi è un elemento di sicura importanza, ma essere bravi e tanti è assolutamente più rappresentativo. Noi, nello specifico, siamo 425 associazioni 750mila iscritti, e questo ti permette di avere una forza in termini di capacità di portare avanti i temi di rilancio di attività e paese che non avremmo altrimenti.

In un periodo storico dove gli individualismi sembrano la formula del successo, il mondo delle cooperative e delle associazioni sta avendo un boom di crescita: come se lo spiega?
Perché è cambiato il paradigma. Siamo cresciuti nei due secoli precedenti con il motto tutti per uno, uno per tutti, il motto dell’illuminismo. Ma oggi questa espressione non funziona più: i social e la rete hanno fatto sì che tutti diventassero protagonisti. Ma hanno anche realizzato il google inverso. Perché un motore di ricerca del genere non esisterebbe se non esistessero i miliardi siti di nicchia che vengono trovati, che a loro volta non esisterebbero senza i motori di ricerca di ricerca che li rendono raggiungibili. Uno per uno, tutto per tutti è il nuovo motto. È il modello dell’open source, dove i programmatori contribuiscono al codice sorgente con lavori che poi regalano perché sanno che il vantaggio collettivo è enormemente più grande del vantaggio economico individuale. In un mondo che collega tutti non ci sono più competitor o un nemico: è meglio fare massa critica e stare insieme, da azionisti della rete, piuttosto che far sì che la rete debba essere qualcosa che ti dà e basta.

Confassociazioni

Nel mondo della musica i live rappresentano il motore trainante di un intero mercato. I tempi per un riconoscimento istituzionale dei live club come centri di aggregazione culturale sono finalmente maturi?
Io sono assolutamente convinto che sì, i tempi sono maturi. Non è solo il tema della musica, ma proprio la capacità di fare cultura insieme, che è uno dei valori aggiunti della rete. Racconto un episodio banale. Se mettiamo i due più grandi esperti di una qualsiasi materia, anche di musica, a risolvere un problema, saranno anche i più esperti ma hanno una possibilità culturale limitata. Se invece poniamo lo stesso problema a mezzo miliardo di cinesi, saranno magari tecnicamente incoerenti tra di loro, ma più efficaci. E questo perché la cultura non è mai del singolo, ma di una civiltà, dello stare insieme, siamo fatti di logos. Da questo punto di vista è proprio il sistema di aggregazione all’interno di un live club che rende quel momento un momento di cultura e non solo di relax e piacevolezza. In quel modo si fa cultura e anche reputazione. Stare insieme vuol dire costruire una reputazione insieme che dia valore alla cultura.

Qual è la chiave per valorizzare tutte quelle categorie di lavoratori che, attualmente, non hanno un vero e proprio riconoscimento istituzionale? Penso ai creativi, ai fotografi, ma anche ad artisti e tutte le nuove professionalità digitali..
È proprio quello che abbiamo sfiorato: siamo sempre stati abituati in questo paese ad avere un riconoscimento dall’alto, che fosse lo stato o l’albo o l’ordine. Un provvedimento di autorità, che chiaramente chiudeva in un recinto, in questo caso l’albo, i soggetti che teoricamente erano bravi. Ma questo non funziona più perché oggi non è l’autorità che ti investe del potere a dirti che sei bravo. Perché è come se si andasse davanti all’albo degli avvocati di Roma, si passasse il dito sulla lista dei professionisti e si dicesse che quegli avvocati sono uguali in termini di qualità: non è così. Bisogna passare all’accreditamento: progressivamente si aggrega attorno a un soggetto una rete, un movimento, con una serie di professionisti con paletti di qualità verificabili sul mercato. Esiste già in Italia, la legge 4 del 2013, che non dà certezza sul valore assoluto del professionista o del musicista, o organizzatore, ma dà un sistema di valori relativi che vengono verificati giorno dopo giorno sul mercato. Non chiude ad eventuali nuove entrate, costruisce ponti per nuovi soggetti, creativi, salvaguardando la professionalità. Per questo la rete più è grande più è significativa, quando è solida. Il mercato è l’unico vero controllo, non esistono controlli a priori. È l’architettura della collaborazione contro l’architettura della chiusura. Noi regaliamo idee, immagini, i piatti che mangiamo ai social, perché sappiamo che è un pezzo del nostro vantaggio successivo, che sia marketing o semplice voyeurismo, è comunque cultura della collaborazione. Lo spionaggio industriale oggi non ha più senso.

Nel suo libro “Rilanciare l’Italia facendo cose semplici” parla dell’Italia come di un paese che, con la crisi, ha perso “il suo pensiero felice”. Nel mondo della musica, e in generale della cultura, come sta oggi questo pensiero felice?
Sta come c’è scritto nel libro. Eravamo un paese che aveva una capacità di stare insieme per costruire qualcosa e in questi dieci anni di crisi si è persa. Non possiamo essere una grande potenza militare, o economica, ma lo siamo diventati per la leadership culturale, come nella chimica, nelle arti e nel turismo. Poi però ci siamo ammalati del vizio del provincialismo: meglio la musica americana, le industrie asiatiche. Invece dobbiamo sforzarci di recuperare quella leadership. E la musica sta facendo il primo salto: la musica italiana, a livello internazionale sta assumendo un rilievo, con una serie di nuovi soggetti che va valorizzato. Come? Con una serie di attività che mettano in rilievo questa leadership culturale. Se siamo bravi, dobbiamo dirlo. Questo fa sì che tutto quello che aggreghi, come fa KeepOn Live, non solo deve essere ben accetto ma deve mettersi in rete. Confassociazioni fa da ombrello ma serve collegarsi con altri enti, senza competizione, ma stando insieme.