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Futura 1993: come raccontare la musica dal vivo, online e in radio

Chi c’è dietro a Futura 1993, il format che, in questo 2018, si sta facendo strada tra addetti ai lavori, artisti e utenti di festival? Sono Giorgia Salerno e Francesca Zammillo, due ragazze di venticinque anni, speaker radiofoniche e grandi appassionate di musica e social network. Insieme hanno creato quello che definiscono un contenuto radiofonico itinerante, ma non solo. Perché Futura 1993 è radio, sulle frequenze di Radio Città Fujiko, ma anche giornalismo, grazie alle collaborazioni con sette testate, come WU Magazine, Polpetta Mag, Deer Waves, Outsiders Webzine, SwitchMagazine, Le Rane e Dischirotti, su cui vengono pubblicati i contenuti prodotti dalle due giovani che si definiscono «un ponte tra il pubblico di un evento live e chi quell’evento live lo realizza». Tutto parte dalle storie Instagram fatte nei festival che hanno inserito nel loro calendario, tra i canonici 15" dedicati ad un'intervista agli artisti o al pubblico, e una foto scattata con una Kodak del '93.

Come è nata l’idea di far nascere Futura 1993?
Ci siamo conosciute sei mesi fa, grazie a un amico comune, Rocco, che ci ha visto super affini: lo abbiamo ascoltato e ci siamo incontrate per un caffè. Io (Giorgia ndr) ho sempre scritto di musica mentre Francesca lo ha sempre fatto in radio e abbiamo unito le due cose per promuovere i festival. L’idea era fare qualcosa che avesse a che fare con i live ma anche con la radio. Le dirette radio sono sempre affascinanti ma portare il nostro format in giro, renderlo itinerante ci è sembrato altrettanto allettante, perché ci avrebbe permesso di offrire un servizio che ancora non esisteva sotto un certo punto di vista. Far passare questo nuovo format facendolo convivere con qualcosa di vecchio: per questo ci muoviamo con la kodak, con foto analogiche. Usiamo questo come simbolo del ’93, il nostro anno di nascita, e lo smartphone attorno a cui ruota il nostro format e i nostri contenuti. Ci piaceva l’idea di partire solo con uno zaino, un telefono e la kodak, per girare per l’Italia. Spesso ci chiedono quanti siamo in questo progetto che vedono come complesso, ma in realtà siamo solo noi due, il più autonome possibili per rappresentare quante più realtà possibili. Ufficialmente siamo una radio e sette testate, ma abbiamo contatti diretti con artisti e addetti ai lavori perché ci piace capire cosa c’è dietro a un concerto. Davanti al palco sembra tutto facile e riuscito e troppo poco si parla di quello che c’è dietro, a partire dalla burocrazia. Vorremmo essere viste come un ponte tra il pubblico, gli artisti e gli addetti ai lavori.
Rappresentate un target, quello dei 25 anni, molto difficile da andare a “colpire”, vi definite anche una sorta di ricerca di mercato. Che primo bilancio potete fare sotto questo aspetto?
Sembra difficile ma, essendo noi parte del pubblico a cui ci rivolgiamo, è stato semplice trovare gli ingredienti per essere affini al pubblico. Non vogliamo sembrare quelle che stanno dentro alla zona palco e il resto del mondo sta fuori: il nostro messaggio è sempre stato quello di voler trasmettere, dal nostro punto di vista, l’idea di mettersi nei panni degli utenti dei festival. Prima di fare questa cosa siamo sempre andate in giro ai festival, come pubblico: quando parliamo di indagine di mercato intendiamo che non solo parliamo con gli artisti e cerchiamo di capirli, ma comunichiamo anche ciò che è piaciuto di più e di meno parlando con gli utenti. Ci piace sempre fare interviste al pubblico, post concerto, quando vanno a prendersi l’ultima birra, o fumarsi l’ultima sigaretta, e raccogliere i pareri. Di ragazzi e ragazze ne abbiamo incontrati tantissimi, ma non ci siamo solo noi: possiamo dire che il target di chi va ai concerti varia dai 16 fino ai 50 anni. Certo, sono d’accordo sul fatto che il nostro è il target più difficile, perché è quello che si forma sul gusto ma ha già la propria idea. Magari, parlando di indie, hanno già avuto modo di sentire i Cani e Calcutta e sono pronti alla critica ma, allo stesso tempo, sono famelici di musica e apprezzano il nuovo. Young Signorino, per favore, fino a qualche mese fa a parlarne scappava da ridere, adesso viene visto come un innovatore: può piacere o no, ma lascia il segno. Stiamo capendo quanto il pubblico non sia semplice da soddisfare, ma quando c’è qualcosa di bello, lo conquisti in fretta.

Willie Peyote Futura

Il vostro approccio è a metà tra il giornalismo e l’essere delle influencer… Pensate che debba essere questa la strada del giornalismo musicale?
Francesca:
Secondo noi il giornalismo musicale tradizionale è valido, ci serve e non morirà mai: Rolling stone, che sembrava sparito, è tornato in auge, per dirne una. Noi facciamo una cosa ibrida che ci auguriamo che possa avere successo e andare avanti. Il nostro non è semplice giornalismo, ma un ponte: crediamo nell’innovazione, per questo riusciamo ad avere tanti partner. Non siamo sostitutivi, ma due mondi che viaggiano paralleli. Ci piace immaginare di esserci inventate un approccio più che un oggetto, un approccio alla musica, al festival, al pubblico: ed è ciò che ci permette di essere camaleontiche, in contatto con diverse realtà. Il giornalismo avrà sempre il suo spazio ma sarà di nicchia, diretto a persone con coscienza formata. Il ragazzo alle prime armi, non si va a comprare una rivista, va su internet, sui gruppi Facebook. Sono due target diversi che usano strumenti diversi. Noi speriamo che il giornalismo non muoia mai anche perché vorremmo essere noi quell’integrazione per i giovani, per questa new era digitale. Integrarci al magazine o alla testata. Il collante tra varie dimensioni.


Ora che c’è anche un programma radio e sette testate di riferimento, come cambia il vostro modo di comunicare nei diversi ambiti?
Francesca: Sicuramente nel programma radio ci piace, oltre che parlare e intervistare il direttore artistico del festival dove andare la settimana dopo, raccontare agli affezionati che si sintonizzano il nostro punto di vista in modo confidenziale. La radio è un momento narrativo, ci prendiamo un po’ più di tempo per dettagliare il festival, perché con la stories devi essere immeditato, non puoi fare interviste, non è un canale per conversazioni dettagliate. E poi capita che ai festival incontri le persone che ti contattano in radio ed è bellissimo. Abbiamo incontrato una ragazza di Trento in Sicilia e grazie a noi ha conosciuto il Mish Mash, ed è venuta a cercarci. Quando scriviamo un articolo, poi, cerchiamo di dare informazioni base perché è bellissimo dare sfaccettature diverse a ciò che dell’artista si sa. I fan sanno tutto degli artisti oggi, ma è anche vero che quando conosco una persona mi piace chiedere cose standard che magari non chiede più nessuno. Le nostre interviste mediamente sono una conversazione di 10 minuti, ma poi capita che inizi a parlare e arrivi a 40.


La musica dal vivo è in fermento, voi avete anche fatto un tour in tutta Italia, qual è la zona dove si vive meglio questa voglia di live?
Francesca: È davvero difficile dirlo, io posso dirti che a Bologna siamo fortunate perché pur essendo un grande paese si percepisce l’esigenza di dover stare almeno una volta a settimana davanti a un artista che si esibisce dal vivo. Che sia l’Estragon o il locale sotto casa: da maggio, da sempre, abbiamo percepito questa forte ricerca di un momento che fosse davanti a un concerto. Non lo diciamo perché è casa nostra, ma qui c’è tanta tanta gente che compra i biglietti dei concerti, anche tra gli addetti ai lavori. In altre zone, più grandi, dove tutti hanno i contatti, come a Milano o a Roma, c’è un approccio lavorativo molto più secco e c’è molto più passaparola di richiesta di accrediti, a Bologna invece ci sembra che si tenga di più a voler comprare il biglietto. Speriamo che in Emilia la situazione festival venga potenziata, siamo qui all’Eleva, che è molto bello, ma si potrebbe fare di più. Magari non ci sono festival giganti, fino ad ora non c’è stato un Mi Ami qui per esempio, ma è una ricerca di tante micro realtà.

Le Mandorle Futura

Nel vostro viaggio avete anche incontrato il nostro Harry, il pulmino del tour della festival experience, raccontateci come è andata…
Giorgia: È stato bellissimo, ci siamo divertite tantissimo, erano nel nostro stesso b&b in Calabria, e vi abbiamo incontrato anche a Viterbo e in Sicilia. Sono state persone fantastiche, Luca poi ha proprio una marcia in più, ci ha intervistato e siamo anche nel documentario #inviaggioconharry. È stato bello perché abbiamo visto in loro quello che vogliamo essere noi tra dieci anni. Luca ci ha detto che ogni anno si inventa qualcosa per girare i festival, ci siamo guardate e abbiamo capito che non siamo le uniche pazze, che vivere così si può.

A questo punto viene spontaneo chiedervelo direttamente: cosa rappresenta per voi la musica?
Francesca: Io non sono mai stata una grande sportiva, ma riconosco che lo sport sia aggregativo, vedere come molte persone si raccolgono davanti a qualcosa è fantastico. Quello che per mio padre è lo sport, per me è la musica: un mezzo tramite cui riusciamo ad abbassare le barriere e comunicare tra di noi. La gente è lì perché ama la musica live, ha già dentro qualcosa in comune.
Giorgia: Oltre ad essere d’accordo con Francesca, perché la musica ha unito anche noi, ci vedo qualcosa che mi fa amare la vita. Sono sempre stata quella che alle superiori aveva il debito in matematica, ho anche cambiato indirizzo al liceo, sempre confusa. Da quando ho la musica nella mia vita, prima con una piccola etichetta e poi con Futura, devo dire che mi rende proprio felice. È un obiettivo, dà un senso a ciò che faccio e quando mi sento sconfortata mi fa sentire a casa. E poi è la spinta verso la ricerca e verso il prossimo.

Futura Carlo Pastore

Qual è stato l’episodio più importante, per quello che è il vostro lavoro, fino ad ora?
Giorgia: Il Mi Ami è stato veramente formativo. Noi ci siamo conosciute la settimana prima, ed è stato il primo vero scenario e la nostra prima intervista è stata con Carlo Pastore che non è proprio il tuo vicino di casa. Ma ci ha apprezzato e ci ha fatto i complimenti, oltre a dirci che questa cosa poteva funzionare. L’ultima sera ci ha beccato nel backstage e si è stupito perché il primo giorno non sapevamo neppure dove trovare i nostri pass e due giorni dopo, invece, eravamo già perfettamente a nostro agio in quel contesto, per quanto disse un backstage importante, un luogo meraviglioso dove puoi incontrare tanti artisti che vanno lì anche solo in veste di amici di chi suona. Abbiamo capito che dietro a Futura c’era la passione di andare avanti.

Inizia una nuova stagione: cosa bolle in pentola e quali sono gli artisti che secondo voi saranno i prossimi sulla bocca di tutti?
Francesca: Q
uesta stagione autunnale per noi sarà importante perché c’è fermento: ci stiamo organizzando per coprire eventi di cui non possiamo dire molto, per ora. Faremo un po’ di date in giro e vogliamo rendere Futura una cosa ancora più stabile: dopo esserci fatti conoscere vogliamo coltivare quel rapporto che abbiamo iniziato durante queste tappe. Siamo in contatto con persone che abbiamo incontrato e coltiviamo i rapporti umani perché vogliamo che questo diventi il nostro primo lavoro. Io (Francesca ndr), faccio la pratica di avvocato e Giorgia lavora come ufficio stampa: Futura potrebbe diventare il nuovo lavoro.
Giorgia: A livello artistico credo molto in Gente, un nuovo progetto e anche Volta mi piace moltissimo. Credo debba ancora sporcarsi un po' le mani ma, detto questo, è un vero talento da tenere d'occhio.
Francesca: A me, invece piace molto MasaMasa, un ragazzo veramente con la testa sulle spalle. Quando ci rispondeva alle domande eravamo catturate, una persona che ha ricercato da sempre i suoi stimoli senza mai adagiarsi quando non si sentiva stimolato abbastanza. Non crogiolarsi e non sentirsi mai sufficientemente sul pezzo è la chiave per poter innovare e confermare. Punterei molto su di lui.