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Gionata: «I Live mi hanno insegnato la consapevolezza di questo mestiere»

In vista della pubblicazione del suo primo album prodotto da Jesse Germanò, abbiamo fatto due chiacchiere con Gionata, ex bassista dei Violacida. Il giovane cantautore nato e cresciuto a Lucca, quest’anno è ritornato carico con il suo nuovo progetto da solista facendo uscire tre inediti. L’ultimo singolo, Male che vada, è uscito pochi giorni fa e, pur mantenendo un certo tipo di amarezza e malinconia nel testo, si presta perfettamente all’atmosfera estiva grazie alla sua musica spensierata e orecchiabile. Nell’attesa del prossimo autunno per poter sentire interamente il suo disco, abbiamo avuto l’occasione di farci raccontare il suo percorso e spiragli della sua vita attraverso la musica che fa e che ascolta.

Quali sono i live che più ti hanno colpito e come hanno influenzato il tuo modo di fare musica?

Difficile questa domanda perché di solito sono i live di band piccole che mi influenzano maggiormente. Quelli grandi tendono a perdersi nella loro complessità. C’è stato un concerto di una band che si chiama Daikaiju, un power trio americano formato da questi tipi con i volti coperti da delle maschere. Facevano musica strumentale ed erano fighi perché a un certo punto montavano sul palco, prendevano i pezzi della batteria e ne davano ognuno a una persona diversa per farla suonare... Erano dei pazzi. Davano fuoco ai piatti e cose così. Non parlavano mai, però facevano delle movenze che sembravano quasi dei manichini ed era figo. Ecco quello mi era piaciuto particolarmente, anche se non c’entra nulla con il mio genere. Andrea Laszlo De Simone, che fa concerti quasi trascendentali. Giorgio Poi, per il mio gusto personale. Anche i Verdena, perché hanno una bella energia. Ecco, nell’ambiente della musica italiana, loro. Ma in generale un po’ tutti i concerti piccoli mi piacciono, perché hanno un’energia di corpo che ti rende più vicino all’artista che suona. Quindi mi piace la dimensione di quel genere di concerto, come quello dell’artista emergente che magari non hai mai ascoltato su Spotify, ma hai la curiosità di scoprirlo sul momento.

Per quanto riguarda i concerti grandi, invece, di recente sono andato a vedere i Cure al Firenze Rocks, ma è stata più che altro l’atmosfera ad essere bella. Non sentivo l’obbligo di essere davanti ad ascoltare il gruppo perché era tutto all’aperto. Potevo andare a prendere un panino, una birra, sentirmi il concerto, muovermi. Non c’era l’ansia di essere sempre lì in prima fila, non c’era l’ansia di esser lì per forza. È stato un concerto libero, diciamo così. Oltretutto i Cure sono uno dei miei gruppi preferiti, quindi a maggior ragione l’ho apprezzato.

Ci sono anche quei concerti che ho fatto io, che mi hanno segnato. In particolare, quando sono andato a Milano al Miami con i Violacida, perché lì è stata una dimensione che per forza di cose mi ha aumentato la consapevolezza di quello che è questo mestiere, insieme alle emozioni perché il palco è uno dei più importanti di Italia.

Gionata

Che cosa intendi quando parli di consapevolezza?

La consapevolezza di passare dal suonare nei locali della tua città a farlo diventare veramente una professione, quindi con tutte le cose che comporta: ti rendi maggiormente conto che c’è bisogno di un certo equilibrio tra il riposo, l’allenamento, la serietà e ovviamente anche il cazzeggio, che rimane sempre.

C’è qualcosa di quel che hai visto che ti ha colpito e che cerchi di fare tuo per poi proporlo nei tuoi live?

Di quello che ho visto, mi piacciono i visual. Vorrei introdurlo nei miei live, ho tante idee su come potrebbe essere sviluppato. Però ovviamente ci sono diverse complicazioni perché, per esempio, non mi posso portare un armadio di attrezzatura ad ogni live quindi magari all’inizio cercherò di arrangiarmi come posso. Poi, se le circostanze me lo permetteranno, costruirò qualcosa di più grande.

Ora che mi viene in mente...il concerto di Caparezza a Pisa, quello è stato interessante! Non mi ricordo neanche che anno era, che album era, ma rimasi colpito. Perché era quasi una recita teatrale: c’era un sacco di gente, tanti costumi. Quello che succedeva nel palco era uno spettacolo vero e proprio. Da lì iniziai a capire che nei concerti poteva essere inserito qualcos’altro al di fuori della musica, un po’ come faceva Syd Barrett che aveva attaccato sulla chitarra pezzi di specchi in modo tale che la luce riflettesse e facesse giochi scenografici.

Magari sono effetti che possono c’entrare poco con la musica, però nello spettacolo in sé — secondo me — dato che ci sono tantissimi artisti, è fondamentale curare anche lo spettacolo visivo.

Se dovessi riassumere tutto direi che ho seguito tanti concerti e soprattutto quelli piccoli mi hanno lasciato qualcosa. Mi colpiscono quando c’è qualcosa di visivo, di scenografico, quando ci sono delle cose interessanti da dire. Mi piace quando c’è improvvisazione da parte dei componenti, quando si vede che c’è una certa affinità, quando c’è gusto e consapevolezza in quello che si sta suonando. Non mi piacciono i concerti dove i suoni sono tanto compressi da sembrare finti. Mi piace piuttosto l’imprecisione, l’imperfezione, sentire degli errori perché mi rendo conto che chi suona un errore in tutto il live lo fa. Anche se è una virgola, anche se è impercettibile, ed è bello perché così si sente che è vero. E infine quando c’è il coinvolgimento con il pubblico, quando si sente la voglia di suonare.

Ti va di raccontarci di questo nuovo inizio come artista solista?

Ho iniziato con Frigorifero a gennaio, che è la prima canzone che ho scritto per quest’album. È partito tutto da lì, non avevo neanche l’idea di fare un album. Scrivevo così per sfizio, perché piaceva a me e dopodichè mi hanno convinto amici e conoscenti a registrare il disco.

Quindi, Frigorifero è stato un po’ l’inizio e per questo motivo ho voluto farlo uscire come primo singolo. A marzo è uscito Oceano che è la canzone che è stata scritta per ultima invece — tre giorni prima di entrare in studio — e una settimana fa è uscito Male che vada, che nel mio piccolo mondo sta avendo molto successo. Vedo che piace, sia musicalmente che testualmente, quindi sono contento perché sto facendo una crescita graduale e lo stesso vale per il pubblico che sta conoscendo progressivamente le mie canzoni. Mi è piaciuta molto l'idea di lanciare un singolo alla volta prima dell’uscita dell’album, così ho dato il tempo alle persone di abituarsi alla mia musica. Ad ottobre uscirà il disco che è già pronto, aspetto solo che venga pubblicato! In generale, sono contento del risultato, quindi questa è già una vittoria. E se piacerà, sarà un’ulteriore soddisfazione perché è bello poter condividere la mia musica con altre persone.

E adesso, sei già attivo per progetti successivi?

Scrivo tantissime canzoni. Ho scritto circa una cinquantina di canzoni quindi sì, sicuramente il secondo disco ci sarà, anche se le modalità cambieranno in base a come andrà il primo. Mi piacerebbe anche scrivere per altri dato che ho così tante canzoni... Ma per ora sono contento di questo mio progetto solista, riesco a realizzare quello che voglio dire e riesco ad esprimermi al meglio.

Come nascono le tue canzoni?

Solitamente mi annoto sul telefono delle frasi che mi colpiscono, che dico io o che sento dire da altre persone e successivamente, quando trovo una musica adatta, inizio a scriverci finché non nasce tutto il testo. Sono immagini, anche disconnesse tra loro, che però possono trovare una propria logica, un po’ come un dipinto astratto — e in questo ci sento un legame con mio padre, che era pittore. Perciò le mie canzoni raccontano sempre una storia perché inizio a scrivere partendo da una frase e da lì ci allungo il discorso. Posso allontanarmi dalla frase principale, però le sensazioni rimangono legate a quel concetto. Per esempio, parlando di Frigorifero, mi immaginavo il frigorifero dei fuorisede — perché in quel periodo andavo spesso a trovare amici a Bologna, Firenze, per cui ero attratto da quel tipo di vita — e da lì ho parlato dei fuorisede che apparentemente non c’entrano nulla l’uno con l’altro però in realtà la connessione si trova. In sostanza nelle mie canzoni ho legato un po’ tutte le cose della mia vita, un marasma di eventi che mi hanno portato a formarmi insieme a tutte le esperienze che ho avuto — e che un musicista deve avere — prima di arrivare ad adesso, a fine gavetta. Al momento ho qualche data prevista e poi mi prenderò un mese di pausa in occasione dell’estate perché da quando è uscito il primo singolo non mi sono mai fermato. È stato molto bello, ma impegnativo quindi ora mi serve un periodo per staccare da tutto.

Da settembre invece ricomincerò a darci dentro visto che inizierà il tour — curato da Orchidea Concerti — e vedremo un po’ cosa succederà.