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Intervista a Brunori Sas

A tre anni di distanza da “Vol.3 - Il cammino di Santiago in taxi”, torna Brunori Sas con “A casa tutto bene”. Quarto album di inediti che, uscito il 20 gennaio per la sua Picicca Dischi, è già uno straordinario successo di pubblico e critica, che segna la svolta mainstream del cantautore calabrese.

L’avevamo intervistato nel 2015, al termine della tournée teatrale ovunque sold out "Brunori Srl – una società a responsabilità limitata". E all’epoca stava già lavorando al disco appena uscito per la sua Picicca Dischi, “A casa tutto bene”, che, trainato dal singolo “La verità”, ha registrato in poche settimane numeri da circuito mainstream. È con questo biglietto da visita che, a distanza di tre anni da “Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi” che lo ha consacrato come uno dei migliori narratori della sua generazione, torna Dario Brunori, alias Brunori Sas. Scritto per lo più sulla tratta aerea Lamezia-Milano, registrato nella casa padronale di una vecchia masseria del 1100 e prodotto da Taketo Gohara, “A casa tutto bene” musicalmente è forse il disco più maturo e stratificato del cantautore calabrese. Un grande affresco corale che risente tanto delle atmosfere ancestrali del sud, quanto dei suoni sintetici della metropoli. Nel raccontare delle umane paure quotidiane, del coraggio che spesso manca, di una sempre più ricercata comfort zone che protegga e isoli, c’è meno ironia rispetto al passato e più schiettezza. Ma la vera novità sta nei numeri: quotidiani, tv e radio nazionali, tradizionalmente voci ufficiali del circuito mainstream, hanno osannato l’album quasi con stupore, come a ignorare i 15 anni di carriera di Brunori, mossi tra le fila della cosiddetta musica indipendente.


A giudicare dal sold out della tournée teatrale dell’anno scorso, il pubblico l’avevi già conquistato anni fa. Con “A casa tutto bene” hai ufficialmente conquistato tutti: pubblico e stampa, anche del pop. Come vivi questa svolta mainstream?
Molto bene, abbiamo lavorato tanto alla stesura dell’album, senza alcun obiettivo preciso se non quello di fare qualcosa in cui potessimo rispecchiarci, e dunque sono felice del fatto che stia ottenendo riscontri positivi anche in ambiti diversi da quelli in cui ci siamo mossi in passato. Sin dagli esordi non ho mai concepito la mia scrittura come una scrittura di nicchia e quindi il fatto che le canzoni arrivino a più persone non può far altro che farmi piacere.  Penso sia il risultato di una serie di fattori che hanno a che fare sicuramente con la forma delle nuove canzoni, ma anche con il percorso che abbiamo fatto negli ultimi anni, quattro dischi e tanti concerti in giro con un seguito di pubblico che è aumentato lentamente ma con costanza. E poi mi sembra che anche nel mainstream ci sia un’aria nuova, come un desiderio di variare un po’ la ricetta musicale proposta negli ultimi anni. 
“La verità”, primo singolo estratto dall’album, è quasi un invito a una presa di coscienza. Di cosa l’uomo moderno si deve rendere conto. Si tratta dell’ultimo brano concepito per il disco, una sorta di sintesi dei temi toccati nell’album, ed è anzitutto un invito rivolto a me stesso, una sorta di promemoria per non cadere nella tentazione di non mettere in discussione le mie certezze, di non adagiarmi troppo su una routine poco vitale e sulla necessità di dover abbandonare schemi troppo spesso imposti o autoimposti, per paura di cambiare. Si tratta di uno stimolo a vivere il proprio presente in modo consapevole, cercando di occuparsi della propria esistenza e non di preoccuparsene in modo immaginativo.

C’è un che di religioso, di cristiano, nella frase “Il dolore serve proprio come la felicità”. Dietro c’è più speranza o disincanto?
In un altro brano canto che “se c’è una cosa che mi fa spaventare del mondo occidentale è questo imperativo di rimuovere il dolore”. Ecco, il senso della frase è quello, l’idea che non dobbiamo evitare il dolore, quello vero, ma dobbiamo imparare ad accettarlo se vogliamo crescere interiormente. Se guardo alla mia vita, è proprio dai momenti dolorosi che ho dovuto affrontare, che sono poi venute fuori le cose migliori. Tra l’altro evitare di entrare in relazione con il lato spiacevole della vita,  mettendo la polvere sotto il tappeto, ci rende poco inclini all’empatia e in buona sostanza ci rende meno umani. Non parlo del dolore spettacolarizzato dai media, perché anche quello è un modo per edulcorarlo, tanto meno delle sofferenze inutili della nostra immaginazione. Parlo delle situazioni in cui realmente l’esistenza ci mette alla prova. Non sono credente da decenni ormai, ma indubbiamente la mia formazione cristiana ha influito sulla visione che ho della vita e sui miei principi morali, non c’è dubbio.

Questo disco è molto diretto, schietto e onesto, riuscendo a toccare (con delicatezza) anche temi dolorosi come la violenza sulle donne. Che fine hanno fatto l’ironia e le metafore brunoriane?
Ci sono sempre, ma in questo disco ho deciso di dosarle in funzione di un discorso coerente. Il disco ha l’ambizione di affrontare e se possibile esorcizzare le mie paure personali e di trovare un denominatore comune con quelle degli altri. Mi sembrava che fosse troppo comodo e forse disonesto ironizzare su argomenti che in realtà mi amareggiano e mi mettono in tensione. E poi la risata deve essere sovversiva, se diventa un altro modo per non guardare in faccia la realtà e (tornando alla risposta di prima) per edulcorare le situazioni dolorose, allora è meglio evitare. Mi stava un po’ capitando questo negli ultimi tempi, di usare la risata come alibi consolatorio,  per cui ho preferito avere un tono più serio, ma spero non serioso.

Chi è l’uomo nero? E come possiamo liberarcene?
Anzitutto rendendoci conto del fatto che l’uomo nero abita anche in ognuno di noi, in misure diverse ed è una cosa con cui dobbiamo fare i conti se davvero desideriamo liberarcene. Ho deciso di scrivere quel pezzo proprio perché volevo da una parte denunciare una certa becera xenofobia che sembra avere ripreso nuovo slancio e vigore negli ultimi anni, ma soprattutto per manifestare come spesso i nostri principi progressisti funzionino molto bene quando siamo seduti sul divano al calduccio, e di come invece le cose vadano meno lisce quando li dobbiamo calare nel mondo reale. Come diceva il saggio, se voglio davvero affrontare e comprendere ciò che mi spaventa, è meglio osservare il mostro in me che il mostro in sé.

Che ruolo hanno oggi le canzoni, e quindi i cantautori, nella definizione dell’identità di una generazione?
Il ruolo che hanno sempre avuto, creare suggestioni ed emozioni in chi le ascolta e magari stimolare una riflessione. Penso che questo sia già un grande risultato e mi auguro che la cosa non si limiti solo ad una generazione. Gli autori che amo hanno sempre parlato agli esseri umani degli esseri umani, cercando di partire dal particolare per arrivare all’universale.