Live People

Tra il folk e la disco music, i Joe Victor raccontano la loro voglia di stupire

Dopo aver partecipato al MI AMI i Joe Victor sono tornati sui palchi italiani con le nuove date del tour estivo di Night Mistakes, la prossima a Villa Ada, a Roma, il 22 giugno. Quello presentato sul palco è il secondo album da cui sono già stati estratti i singoli Disco Folk Genial, Charilie Brown e Superstar. Un progetto che nasce per essere suonato dal vivo e in cui la voglia di far festa si unisce anche a una ricerca musicale ben precisa in cui abbondano i riferimenti. Tra ironia, gioco, e atmosfere a tratti surreali l’album riesce a costruire un immaginario musicale ed estetico che i Joe Victor trasferiscono sul palco. Nell'attesa, per chi scrive, di poterli vedere dal vivo a Palermo, abbiamo fatto due chiacchiere con Gabriele Amalfitano, voce e chitarra della band, soffermandoci sull’importanza delle esperienze live e sulla possibilità di esportare la propria musica all’estero.

Night Mistakes è una vera e propria festa, un mix omogeneo di sonorità e generi, un repertorio di citazioni e pastiche, pensato per essere suonato dal vivo. Quanto ha inciso l’esperienza dei live nella realizzazione di questo secondo disco?
Praticamente tutto. Il live è stato per parecchio tempo la parte centrale dei Joe Victor, almeno fino a questo disco. Tutto quello che è stato la produzione, la scrittura, l’atteggiamento, i pensieri, l’estetica, racchiusi in questo nuovo lavoro, derivano dall’esperienze live. I concerti erano diventati la parte centrale del nostro lavoro: nei camerini, in macchina, nei momenti di pausa tra un soundcheck e l’altro parlavamo delle nuove canzoni. Le  suonavamo, le provavamo in anteprima durante le nostre serate per vedere anche le risposte del pubblico. Night mistakes è stato inoltre un disco che ci ha permesso di avere una band leggermente più allargata rispetto ai quattro elementi, adesso siamo in sei e la resa è perfetta.

Cosa differenzia questo tour rispetto a quello di Blue Call pink RIot?
Principalmente c’è sicuramente una sorta di precisione e una maggiore puntualità nel lavoro che deriva anche dal fatto che adesso siamo in sei ma in realtà la base è la stessa. Abbiamo cercato di fondere il tipo di sentimento che c’era nel primo album e nei primi live con i nuovi pezzi: da un lato quell’atteggiamento un po’ gospel, un po’ folk, molto di pancia, gridata, dall’altro l’idea di fare folk e disco music, proprio questa è la parte più affascinante del lavoro da proporre al pubblico.

Siete uno dei gruppi che ha collezionato più live e dopo le diverse tappe invernali siete già ripartiti per girare l’Italia in lungo e largo. Cosa vi aspettate da queste nuove date?
Ci aspettiamo sempre di dare il meglio, creare quella situazione in cui le persone possono essere coinvolte, non solo a livello fisico ma anche a livello emotivo. Ci piace la bellezza e la pienezza di cantare delle canzoni, ballarle insieme, cercare di creare un clima di festa che però non deve essere superficiale, non mancano anche i riferimenti colti.

Il vostro tour invernale si è chiuso con una data a Londra, ma in passato avete anche suonato in altre città europee, come avete vissuto quest’esperienza? Avete intenzione di iniziare un tour fuori dall’Italia?
Il nostro progetto è nato pensando di poter lavorare un giorno con un piede in Italia e uno fuori. È molto difficile perché l’Italia è probabilmente l’unico paese europeo che non esporta musica in inglese. Tutti i paesi europei esportano musica in inglese con maggiore o minore successo. L’Italia sembra essere l’unico paese che stenta a farlo. È abbastanza difficile, non c’è un percorso tracciato, ma noi ci stiamo provando, lo vogliamo fare. In molti posti in Italia c’è a volte la paura del palco (non in tutte le situazioni). All’estero si sono più abituati ad ascoltare musica dal vivo e si lasciano trasportare subito, un po’ prima rispetto al pubblico italiano, per il resto è tutto uguale.

Parlavamo della difficoltà di portare gli artisti italiani all’estero. Da cosa deriva questa difficoltà?
Questo è un tema di cui parlo spesso sia con i componenti dei Joe Victor che con altri gruppi. Una volta tornando da New York ho incontrato in aereo un signore che lavorava in ambito musicale e anche lui faceva questa riflessone sul fatto che quasi tutti esportano musica in inglese all’estero e noi siamo gli unici a non farlo. In realtà non è del tutto esatto perché ci sono molti gruppi italiani che cantano in inglese che hanno provato ad esportare la loro musica. Me nessun gruppo italiano che canta in inglese è entrato a far parte di quel giro dei festival internazionali come il Primavera Sound, o il Coachella, dove gruppi svedesi, spagnoli o portoghesi si esibiscono. Si tratta di un problema principalmente culturale, noi abbiamo avuto una cultura musicale fortissima. Se pensi che per anni la nostra televisione è stata fortemente musicale. Oggi sicuramente i festival indipendenti italiani stanno contribuendo a uno scambio musicale fortissimo soprattutto per la generazione venti-quaranta. Prima la conoscenza del mondo underground berlinese, newyorchese o ad esempio di Portland, era quasi inesistente: noi siamo invece la prima generazione che sogna di far parte quel mondo lì, di poterci lavorare con la consapevolezza di avere le carte in regola per farlo, abbiamo appena iniziato, siamo nel territorio del possibile.

Joe Victor

La cosa più assurda che vi è successa durante una delle vostre date?
Noi abbiamo iniziato a suonare nei night club quindi di aneddoti e storie assurde ce ne sono tante. Quando abbiamo iniziato a suonare non era ancora uscito neanche il nostro primo album, e facevamo queste serate di tre ore e mezza. Durante uno di questi concerti è arrivato un gruppo di una casa di moda e dopo due ore e mezza di concerto mi sono accorto che si era creata un’atmosfera surreale, in un angolo c’era un ragazzo che piangeva e sotto il palco due modelle straniere che si baciavano. Sembrava una scena di un film di David Lynch. Mi è venuto spontaneo guardare gli altri del gruppo, allargare le braccia e chiedermi cosa stesse succedendo.

Quanta improvvisazione mettete quando salite sul palco?
Dipende dal concerto, la scaletta è abbastanza solida però ci sono dei momenti all’interno del concerto in cui può succedere di tutto, dipende come si comporta il pubblico, che tipo di dialogo si intraprende. Poi esiste un momento all’interno della scaletta in cui ci sono delle cover, ne facciamo una, massimo due, a concerto. La cover non è mai la stessa, ma è qui che spesso partono momenti d’improvvisazione e divertimento.

Qual è la location o su quale palco vorreste salire?
Probabilmente nei grandi festival musicali internazionali.

Con quale artista italiano e con quale internazionale vi piacerebbe condividere il palco fino all’alba?
Mi piacerebbe suonare tantissimo con Max Gazzè perché trovo che sia una penna e una mente molto eclettica e questa cosa a noi dei Joe Victor piace tanto. Tra gli stranieri i Future Islands, anche se sono una band new wave, dream pop, synth pop, che non è proprio il nostro genere: mi piace il loro atteggiamento dal vivo. Ho visto un paio di loro concerti e sono andato fuori di testa. Imparare certe maestranze nel live è importante.

Progetti dopo il tour estivo?
Dopo il tour estivo stiamo provando a progettare il tour europeo e stiamo lavorando anche a nuove canzoni.

In due battute, perché non si può assolutamente rinunciare a un vostro concerto?
Perché cerchiamo di creare un coinvolgimento spirituale con la musica e un po’ di stupore. La musica può sorprenderti anche con la sua energia, per come viene suonata, scritta e cantata.