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Una chiacchierata tra “ragazze imperdonabili”: a tu per tu con Maria Antonietta

I live e le artiste che hanno fatto la differenza nella sua formazione artistica, le difficoltà di essere un’artista donna in un mondo disabituato alla parità e la sua nuova dimensione di scrittrice in una chiacchierata “cuore a cuore”

In attesa dell’annuncio delle date estive, abbiamo incontrato Maria Antonietta prima della sua esibizione alla rassegna ArtRockMuseum a Bologna, dopo la sua esibizione negli studi di Radio Città del Capo, fresca fresca di presentazioni del suo libro, edito da Rizzoli, “Sette ragazze imperdonabili”.
Nel libro si ritrova il fil rouge attorno al quale si articolava il discorso di “Deluderti”, il suo ultimo disco, che ha compiuto da poco un anno: la delusione delle aspettative e quella sensazione di non essere all’altezza non solo di quello che gli altri si aspettano da noi, ma soprattutto di quello che noi stessi ci aspettiamo da noi.

“Sette ragazze imperdonabili” è il titolo del tuo libro, però quali sono le ragazze che musicalmente hanno influenzato il tuo percorso?

Sicuramente sono state delle musiciste quelle che mi hanno spinto a cominciare questo mio percorso; nello specifico ti direi Kathleen Hanna delle Bikini Kill; sicuramente Courtney Love, PJ Harvey e Patti Smith, penso siano state queste quattro quelle che sono venute all’inizio di tutto. Anche loro, perfettamente inseribili nel catalogo delle “imperdonabili”: c’è una certa continuità con le ragazze del libro. Comunque sì, è stato grazie a quel tipo di esempio lì, di una donna che si esprime per come vuole farlo senza nessun tipo di censura, osando sperimentare, provare e senza farsi rinchiudere in nessun tipo di stereotipo. Ognuna di loro ha fatto il suo percorso, la sua ricerca in maniera autenticamente libera e quindi sono state fondamentali.

Le sette ragazze del libro sono le sette (o otto? Ai lettori l’invito a scoprire quante siano davvero le ragazze imperdonabili contenute nel libro, ndr.) donne che ti hanno spinta a scrivere e che hanno “piazzato l’asticella” molto in alto; quali sono stati invece i live che ti hanno “folgorata”?

Forse un concerto che mi ha folgorato è stato un concerto dei Bluvertigo al Velvet, non mi ricordo l’anno, ero piccola… non ci sono delle femmine di mezzo, quindi c’è della par condicio! Sicuramente un concerto indimenticabile è stato quello di PJ Harvey a Fano, quando c’era il bellissimo festival “Il violino e la felce”, con la direzione di Franco Battiato… era un festival incredibile! Direi questi due, in piena par condicio.

Maria Antonietta

A proposito di par condicio: quali sono state, se ci sono state, situazioni difficili da gestire nel corso della tua esperienza dal vivo vista questa “disabitudine”, purtroppo, a gestire alla stessa maniera un interlocutore donna quando invece sono abituati a interlocutori uomini?

Dal vivo ovviamente non c’è nessun tipo di mediazione tra te e il pubblico: se su Internet magari a volte mi è capitato, soprattutto in passato (devo essere onesta: negli ultimi due anni o non mi ci sono imbattuta io perché ci guardo di meno oppure davvero in questi ultimi due anni, per quel che riguarda il mio caso, si è ridotta drasticamente), di imbattermi in una serie di commenti sessisti, molto sessisti, discorsi inerenti non proprio al mio merito o alla qualità della mia ricerca, ma cose molto basse che sicuramente nascevano da un po’ di frustrazione. Forse anche da un po’ di invidia, ma che sarebbe giustificabile, a mio parere, se fossi Beyoncé: mi fa sempre un po’ sorridere questa cosa dell’invidia! Molto più probabilmente è una questione di frustrazione nel vedere un altro fare quello che desidera, cerca di essere se stesso, di fare le cose come vuole farle. Se in questa dimensione qui, comunque mediata, c’era questa libertà negativa di interfacciarsi, devo dire che dal vivo questo coraggio viene a mancare: che io abbia memoria non mi sono mai dovuta difendere da un’aggressione verbale o da un comportamento che mancava di rispetto. Spariva tutto: questo è molto sintomatico! Non ho mai trovato particolari difficoltà. Poi sì, mi è capitato di sentire qualcuno che urlava dal pubblico… cose! Vuoi per il tipo di approccio che ho (in passato, anche nella gestione del live, questa attitudine un po’ punk era più marcata), quindi scattava un dito medio e si passava al brano successivo!
Questo fa riflettere e fa capire che c’è decisamente un uso distorto di tutta una serie di canali: se hai il coraggio di scriverlo, dovresti prenderti la responsabilità di quello che scrivi anche nella cosiddetta vita reale, no? Sicuramente c’è anche una mancanza di legislazione in materia: una volta che tu appuri che una persona ha scritto una determinata cosa, ci dev’essere una sanzione di qualche genere! A volte mi ritrovo a segnalare dei contenuti (non contro di me ma in generale, eh!) che segnalo e viene risposto che in verità è conforme ai parametri della piattaforma. Insomma, c’è decisamente molto su cui lavorare, online ma non solo. C’è una distorsione che secondo me va corretta, punto.

Quali sono le differenze tra le presentazioni del libro e le presentazioni che hai fatto dei dischi o, in generale, degli incontri legati alla tua dimensione musicale?

Mah, guarda la differenza sostanziale è che nelle presentazioni del libro, per una volta, non suono, è una sensazione bella! A me piace molto parlare e quindi c’è molto più spazio per quella dimensione verbale: devo dire che sono molto fortunata perché ho un pubblico molto attento. Sia che si parli, sia che si suoni, ha sempre molto rispetto e attenzione per quello che fai. Sono due approcci abbastanza simili: disporre della loro attenzione in entrambi i casi è un enorme privilegio per il quale li ringrazio.

La cosa più strana che ti è successa in tour, che potrebbe benissimo finire in un film… o in un libro?

Sicuramente una delle esperienze più folli è stato un tour che abbiamo fatto all’incirca tre anni fa: abbiamo fatto 35 date in 40 giorni, in tre in un’auto. Io ero mummificata nella parte posteriore: metà sedile era occupata dai synth e io mi ero ricavata una specie di nido dove dormivo, mangiavo… è stata un’esperienza bellissima. Dopo la quindicesima, sedicesima data di fila ero a Trento, mi pare, mi sono svegliata e non sapevo dove mi trovavo, ero in confusione e ho aperto le finestre. Sai quando sei in dormiveglia che non riesci a capire bene cosa stia succedendo? Ho preso il cellulare e ho chiamato le due persone che erano con me chiedendo loro dove ci trovassimo. È stata un’esperienza divertente, quando vivi in tour entri in un flusso totale e totalizzante dove esiste solo quella dimensione.