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Il Poplar di Trento: un festival di universitari che vogliono lasciare un segno

In Trentino, e per la precisione a Trento, si respira un’aria nuova attorno all’interesse verso la musica dal vivo. Merito dei ragazzi universitari che si sono ribellati all’etichetta di disturbatori e hanno voluto realizzare un percorso che potesse fare da catalizzatore di attenzione su un territorio bello quanto povero di offerta di aggregazione e dimostrare che i ragazzi che popolano la città vogliono lasciare una traccia positiva del loro passaggio. Così, dopo il successo dell’anno scorso, torna il Poplar, il festival di Trento che, il 26 e 27 settembre al parco delle Albere di Trento, e promette di ricreare quel clima di festa e gioia che si è visto lo scorso anno. Un festival fatto da studenti, da volontari, dai membri delle associazioni universitarie, ma che, quest’anno, ha allargato l’invito a collaborare a chiunque voglia mettersi in gioco. Per questo abbiamo raggiunto il responsabile organizzativo, Luca Bocchio, per farci raccontare che cos’è il Poplar di Trento.

Da dove nasce il Poplar?
Il Poplar nasce un paio di anni fa da un paio di esigenze, quasi bisogni. Parte da un gruppo di universitari che voleva mettere giù qualcosa che riuscisse a garantire un’offerta culturale e musicale che a Trento e in Trentino non c’è. Un festival che fosse un’occasione di aggregazione, non solo musicale. A Trento gli studenti sono 16 mila, molti dei quali vengono da fuori: siamo una realtà importante e volevamo far capire alla città che la nostra è una presenza positiva. Saltiamo all’onore delle cronache solo quando facciamo schiamazzi e disturbiamo, ma abbiamo tanto da dare. Vogliamo dimostrare di essere un valore aggiunto a livello culturale. Creiamo eventi, e diventiamo ricercatori. Un banchetto sarebbe stato troppo poco per far capire il nostro messaggio. Così abbiamo deciso di dirottare l’attenzione su un festival, in un luogo come il parco delle Albere che è molto significativo per noi.

Una ricerca di volontari che si allarga a chiunque voglia dare una mano…
Assolutamente, mentre lo scorso anno i volontari erano 120, provenienti dalle associazioni, quest’anno abbiamo deciso di aprici a tutti. Noi ci appoggiamo al volontariato totale: io sono responsabile organizzativo, ma sono comunque un volontario e lo siamo tutti. Le maestranze che ci lavorano lo fanno a prezzi molto molto associativi e anche gli artisti ci vengono incontro. C’è un motivo per fare le cose e siamo riusciti a farlo capire a chi ci ruota intorno.

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Com’è stata la risposta degli universitari?
La risposta degli univeristari è stata molto buona e superiore alle aspettative. Questo vale anche per il pomeriggio, quando abbiamo organizzato delle conferenze e altre attività. Pur non avendo elementi polarizzanti la risposta è stata molto positiva. L’anno scorso questo aspetto è stato molto artigianale quest’anno invece è tutto più strutturato, con nomi culturalmente importanti. Non c’è stato un attaccamento solo all’artista musicale che si sarebbe esibito alla sera, ma all’idea stessa del festival.

Trento invece come ha risposto a questa vostra esigenza?
La città ha risposto in modo egregio: siamo stati compresi e supportati a livello istituzionale e poi pian piano stiamo avendo supporto anche da aziende, privati, scovando tutta quella parte di tessuto sociale che crede nell’università e negli universitari. Agli onori vanno sempre le cose negative, quelli che si lamentano degli universitari. Ti basti pensare che a Trento l’aula studio chiude alle 2 di notte, i bar all’1: sta aperta di più l’aula studio che i locali. Pian piano, per nostra scelta, abbiamo deciso di coinvolgere gli esercenti del centro storico per bar e cucina, per aiutarli a capire che non vogliamo togliere il lavoro ma creare sinergia. Se lavorano bene loro abbiamo vantaggi tutti. A Trento c’è un grande teatro dove abbiamo fatto altri tipi di eventi, ma la musica dal vivo ci arriva davvero poco.

In che modo un festival può rappresentare la voglia di fare cultura?
Nell’università di Trento ci sono una serie di associazioni e c’è un forte tessuto culturale. Al pomeriggio del festival abbiamo deciso di inserire presentazioni di libri, ma anche conferenze di divulgazione scientifica e legati a temi di comunicazione. Abbiamo voluto mettere su un palinsesto trasversale, dalla tecnologia alla divulgazione socio politica.

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Cosa della musica italiana attuale piace ai ventenni di oggi?
Che è gratis: lo streaming, secondo me ha dato questa ventata positiva alla musica italiana. Dieci anni fa quando la musica la dovevi comprare, non saresti mai andato a scoprirti le band locali ed emergenti italiane. Avevi l’artista alla radio e quelli erano i veicoli per conoscere nuova musica. Ora invece puoi permetterti di ascoltare una canzone anche senza sapere se ti piacerà o no. Prima ti costava o soldi o tempo e volevi almeno la certezza che quella canzone la potessi apprezzare. Certo, magari eri uno scopritore, ma stiamo parlando di una nicchia di persone, la massa, che è quella a cui arriva l’indie oggi, non aveva voglia e tempo di informarsi, cercare e scoprire. Questa cosa qui, pian piano, è cambiata: c’è stato lo streaming, You Tube e così via. Un’attenzione che poi si è riversata nei live, al piacere di esserci.

Come vedi il Poplar fra cinque anni?
Come lo vorrei vedere forse (ride ndr). Il successo e segreto è quello di continuare a rinnovarsi e inventarsi qualcosa di nuovo, un secret show sempre nuovo. Se fai le stesse cose per troppo tempo, perdi la spinta e l’entusiasmo dei primi anni. Rinnovarsi e continuare a pensare che è la prima edizione deve essere lo stimolo per migliorarsi. Senza mettersi vincoli: chiunque potrà confermare che se da soli è difficile portare una transenna è sicuramente impossibile organizzare un concerto. Questo è un po’ il nostro motto. Serve l’idea, la passione e le persone con cui farlo. Chiamiamo realismo la paura di fallire. E spero che le persone del Poplar non siano mai realiste.

Entrando nello specifico: come potrebbe evolversi ulteriormente?
Non lo so: le vie sono due. Avere un festival che si mantiene gratuito e continua ad esserlo su questa dimensione migliorandosi sempre, senza però mai spiccare davvero, oppure provare, tra qualche anno, a mettere un’asticella artistica superiore con un biglietto simbolico di ingresso. Se avessimo messo il biglietto anche quest’anno nessuno avrebbe avuto da ridire, per quella che è l’offerta. Ma non è ancora il momento giusto: prima dobbiamo crescere noi, a livello organizzativo. Abbiamo bisogno di far capire che chi viene da noi sa che trova professionalità e non improvvisazione. Noi siamo stati molto fedeli alla circolare Gabrielli, abbiamo trattato il parco come se fosse uno stadio. Ciò che noi applichiamo al Poplar è quello che si fa negli eventi grandi, più in piccolo, ma con la massima attenzione.

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Ma la vostra attività non si ferma solo all’estate…
Abbiamo fatto un evento questo inverno, come gruppo di persone, non come Poplar: un concorso per band universitarie emergenti trentine che ha avuto un’ottima risposta a livello di pubblico, con anche Gazzelle e Willie Peyote come ospiti che hanno dato ossigeno alla musica live in trentino. Quest’anno i due giorni di festival, sono stati anticipati da una follia. A giugno abbiamo fatto un secret concert in un posto come l’ex convento abbandonato in centro a Trento. Siamo andati lì e siamo riusciti a fare un secret concert acustico dove il pubblico non sapeva dove avrebbero suonato gli artisti e si è presentato in una proporzione maggiore rispetto alle attese: un esperimento ben riuscito, che ci ha permesso di fare un’anteprima di quel che accadrà a settembre.