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Un amore elettrico: intervista ai Canova

Slancio rock’n’roll, pensiero punk, spirito hippie. I Canova sono la moto di sempre, con tre nuovi accessori fondamentali: maturità nel serbatoio, vernice pop, rombo elettronico/elettrico. Tra certezze e nuovi entusiasmi, si parte per il viaggio italiano di un gruppo milanese; un sogno pratico e un biglietto lasciato sul tavolo, con su scritto: “Avete ragione tutti”. Customizzata così, in una gincana di consigli da accettare, lezioni di condizionale e cliché ormai fuori dal tempo, la band continua a macinare chilometri e live. Senza una verità assoluta, con un nuovo singolo in uscita e un’unica risposta: la serenità del quotidiano è ciò che basta per essere felici.

Tra le prossime tappe: il Big Bang Music Fest a Milano, casa di Fabio Brando, Federico Laidlaw, Gabriele Prina e Matteo Mobrici. A quest’ultimo abbiamo fatto qualche domanda, partendo proprio dalla dimensione milanese.

Quale è il vostro rapporto con la città? Che aria si respira musicalmente? Ci sono altri progetti interessanti oltre il vostro?
Abbiamo un rapporto molto stretto con Milano: qui abbiamo fatto tanta gavetta e tante esperienze, anche brutte. È la città che ci ha dato di più, anche se attualmente la viviamo poco: siamo sempre in giro e non riusciamo ad avere un contatto costante.
Musicalmente la visione è mischiata: ci sono cantautori, band di stampo nordeuropeo, gruppi più “italiani”. Qui confluiscono origini ed educazioni diverse, quindi è normale trovare di tutto.

“Avete ragione tutti” sa di tragedia greca: tutti hanno ragione, ma nessuno può fare diversamente. Ma alla fine chi ha avuto veramente ragione?
Se tutti hanno ragione, non ha ragione nessuno. La ragione non esiste. Per noi questa frase rappresenta la reazione ad un momento nel quale c’era poca attenzione su di noi, ma al tempo stesso gestori di locali, fonici, pubblico, pseudo-manager ci riempivano di consigli. A quel punto abbiamo deciso di mandare tutti affanculo e fare di testa nostra.

Il disco, in chiave live, è riproposto in maniera completamente diversa, con pochi synth e tante chitarre, come mai questa evoluzione? 
Siamo una band: siamo nati in sala prove e di conseguenza nel live l’approccio elettrico è più forte di quello elettronico. Il concerto non deve essere un karaoke del disco, quindi per noi il giusto compromesso è stato condensare la parte elettronica nel lavoro in studio e riservare per il live qualcosa in più: la botta elettrica, appunto.

Siete stati attivissimi a livello di concerti quest'anno. Quanto vi è servito e cosa è cambiato in voi?
E abbiamo ancora un anno di tour davanti! Era quello che volevamo: speravamo in un tour infinito. Del resto, noi amiamo stare sul palco e non aspettavamo altro che un’agenzia di booking che ci facesse suonare ovunque, per arrivare in faccia a chiunque. Sia il web che il live sono molto importanti, ma dal vivo i contatti diventano persone e si crea una relazione fisica con il pubblico.

Le tracce di “Avete ragione tutti” sono state scelte tra una trentina di brani, ce ne sarà qualcuno che recupererete per il prossimo lavoro?
Tendiamo a non inserire gli scarti nei dischi nuovi, anche se non si butta nulla: utilizzeremo quei brani come riferimento a partire dal quale scrivere cose nuove. Adesso uscirà un nuovo singolo “Threesome”. E’ un pezzo che ho scritto a gennaio e che, assieme a un altro inedito, sarà inserito in una nuova pubblicazione del disco in uscita in autunno.

Vi hanno definito malinconici, e avete più volte parlato del contesto in cui è nata “Vita sociale”. Qual è la differenza tra malinconia e dramma, a livello sociale?
Malinconia e dramma s’incastrano: una malinconia non guarita ti porta al dramma. Non vedi una via d’uscita, vorresti mollare tutto, non riesci a tramutare le idee in realtà. Questa canzone per noi è stata la cura: è ancora un mistero vedere le persone che cantano “vorrei morire” col sorriso stampato in faccia. E poi è il pezzo che ci ha fatto entrare in contatto con Maciste Dischi.
Dal punto di vista sociale, invece, la cura è la serenità: economica, sentimentale, personale; la voglia di svegliarsi il giorno dopo con un po’ di pace, avendo voglia di fare qualcosa. Abbiamo 28 anni e un bel punto di domanda.

“Vorrei morire”. Ma per dirla con Woody Allen, per cosa vale la pena vivere oggi nel mondo della musica?
Per se stessi. Io personalmente sono cresciuto con Elvis e i Beatles, nonostante appartenessero ad un’altra generazione e mi sono accorto che quel modello non esiste più. Ora come ora non ci sono scorciatoie, viviamo una dimensione meritocratica: ecco perché i talent hanno sempre meno riscontro. Se fai le cose bene per te stesso, saranno apprezzate anche dagli altri.

Brexit e povertà. Attualmente dove sta la povertà nel mondo della musica. E dove la ricchezza reale?
La ricchezza reale sta nelle canzoni, la povertà è economica. Quando sei all’inizio, hai difficoltà a trovare partner che scommettano su di te: noi ci abbiamo messo 4 anni per incontrare le persone giuste e partire. Altrimenti devi fare da solo, adesso il web ti dà questa possibilità: se Battisti facesse uscire oggi una “Canzone del Sole”, anche registrata malissimo, secondo me avrebbe ugualmente successo.

Spostiamoci nel futuro, come immaginate una band influenzata da voi?
Intanto, mi auguro che ci saranno ancora band! Noi dopo la scuola ci catapultavamo in sala prove, oggi si va in camera a smanettare con il Mac.
Non so come potrebbe essere un gruppo influenzato da noi, anche perché non so come siamo visti all’esterno. Spero siano bravi. 

Conosciamo la storia del vostro nome. Cosa succede quando quel nome, quella frase, quell’accordo suona davvero, è quello giusto. Come lo capisci? Come descrivereste questa sensazione?
Te lo senti. Non so se si chiama ispirazione o colpo di fulmine, ma è di quelle classiche cose che succedono senza avere necessariamente una spiegazione. Ad esempio, noi siamo una band ma non so come ci siamo conosciuti: abbiamo iniziato a suonare e basta. E così, quando abbiamo letto “Canova” su quel manifesto ci siamo rivisti in quel nome.

Quale è una cover che fate da sempre e che è immancabile in scaletta?
“Chissà se stai dormendo”, di Jovanotti. Le cover sono un bel modo per uscire da se stessi e dalla megalomania, continueremo a proporne altre nei nostri concerti.

Domanda odiosa, ma che aiuta a comprendere i vostri equilibri con il panorama musicale attuale: c’è un pezzo che vorreste rubare ai vostri colleghi?
Ce ne sarebbero di bei furti da fare. Sicuramente “Frosinone” di Calcutta, “Del tempo che passa la felicità” di Motta, “Tubature” di Giorgio Poi. Stanno uscendo tante belle canzoni, che poi sono anche utili a spronarsi a vicenda.


Senza una verità assoluta, con un nuovo singolo in uscita e un’unica risposta: la serenità del quotidiano è ciò che basta per essere felici.

Vi hanno definito il “nuovo pop”. Cosa, invece, non è più Pop, oggi?
Oggi è tutto pop. Anche le cose più strane, se messe sul piatto di tutti, lo diventano. Ed è bellissimo. Poi ovviamente, dipende dal tipo di pop: negli ultimi vent’anni questa espressione è stata associata anche a cose molto brutte, al punto da sembrare un insulto. Invece, cazzo, è bello! Anche se il rock’n’roll è più bello.

Sullo sfondo di “Portovenere” c’è il mare. Quali sono le tre cose a cui pensa immediatamente una band milanese all’idea di un tour al sud?
Belle ragazze, clima, e un modo di vivere che non prevede la fretta. Ah, e l’alimentazione. Non c’è niente da fare: il sud vince a mani basse.

È in arrivo la stagione dei Festival, cosa vi aspettate?  
Per noi è una nuova dimensione di live. Veniamo da un tour nei club, dove si respira il sudore, il suonare faccia a faccia con il pubblico. Il festival, invece, è un’occasione per condividere il palco con altre band, e poi d’estate si vive una dimensione diversa, più distesa e fatta di gente che vuole divertirsi. Tra qualche mese vi racconteremo come andrà.