I segreti di un sold out spiegati da Salvatore Dell’Aversano direttore artistico dell’Hart di Napoli

  • 27/04/2018
  • Antonio Pistone

 

Possiamo dire, senza timore di esagerare, che tutti gli artisti del momento, prima di approdare a Napoli, passano dalle mani diSalvatore Dell'Aversano. Già direttore artistico del Lanificio, da poco all'Hart e attraverso la collaborazione con Ufficio K, Salvatore ha portato nel capoluogo partenopeo Ex-Otago, Colapesce, Iosonouncane, Brunori Sas ecc... fino ad arrivare ai sold out di Calcutta e Cosmo, dei quali abbiamo parlato direttamente con lui in questa piacevole chiacchierata. Abbiamo parlato anche del suo lavoro e di quanto sarebbe importante, pur con delle difficoltà, riuscire a metter su un festival in cui poter far esibire, accanto ai grandi nomi, le band e gli artisti dell'underground napoletano, dando visibilità e consistenza, di nuovo, ad un florido movimento musicale come quello degli anni '90. 

Allora Salvatore, un giorno ti svegli e pensi “da grande farò il direttore artistico”. Ci racconti un po' com'è andata? 
(Ride ndr) In realtà Salvatore voleva solo lavorare nel mondo della musica. Ci ho provato come chitarrista ma, prendendo lezioni, mi sono reso conto che se avessi dovuto studiare la musica come studiavo a scuola, questa cosa mi avrebbe fatto perdere la passione. Passione che ho coltivato grazie alle persone. Sono diventato direttore artistico un po' per caso, chiamavo i primi amici a suonare e cercando di dare, alla programmazione una linearità. Insomma, non è stata proprio una scelta. 

Quali sono secondo te le qualità imprescindibili che deve avere un direttore artistico? Dove si annidano le insidie e le difficoltà e dove invece le soddisfazioni? 
Sono due le peculiarità che, dal mio punto di vista, non possono mancare. La prima è l'elasticità: capire come comportarti e quali sono i rapporti da avere con le band, dal primo contatto. La seconda, e più importante, è la conoscenza del territorio: è fondamentale saper mediare tra le richieste del luogo in cui ti trovi e quello che propone la scena. Le difficoltà sono tante. I rapporti che intrattieni con le agenzie e con i locali (sia da interno che da esterno) ti portano ad una crescita. Ti trovi in mezzo a dover monetizzare ma allo stesso tempo a dover garantire uno spettacolo di qualità, rispettando e facendo sentire a casa gli artisti. Da noi questo per fortuna succede facilmente, siamo ospitali di cultura, ma non sempre è facile. 

Poi, dopo tutto questo, c'è la serata. La difficoltà di base nasce dal fatto che è facile portare introiti rinunciando a quelle che sono le tue ambizioni. Se invece vuoi garantire un target alto artisticamente, che deve anche ripagare, iniziano i problemi. Allora in quel caso si lavora con il feedback delle persone che è, senza dubbio, più forte di quello economico. Personalmente le grandi soddisfazioni le ho avute con le grandi imbarcate. Non c'erano guadagni ma persone che penetravano nello spettacolo. Ti faccio due esempi: il concerto di Ainè dell'anno scorso, sono sicuro che a breve sfonderanno tutto. E Diodato, intimo e intenso. La forza dell'artista in questi casi esula dalla popolarità social e dal vivo si toglie tantissime soddisfazioni. 

Il passaggio dal Lanificio all'Hart. Cosa ha significato per te e cosa cambia nella selezione dell'artista da far suonare? 
Il Lanificio mi dava la possibilità di organizzare eventi con artisti medio-piccoli, è un luogo molto vicino alla piazza. Le persone potevano vivere lo spazio, essere attaccati al palco e godersi tutta la serata oltre al concerto. Con Hart ho cambiato quartiere, a memoria credo che la musica live a Chiaia sia sempre mancata. L'obiettivo era mantenere un target che potesse dare continuità alla collaborazione con Ufficio K  ma salendo sempre più gradini. Obiettivo ampiamente raggiunto quando sono arrivati i sold out di Ghemon, Ex Otago, Willie Peyote. Sono molto legato al Lanificio ma sarebbe stato molto semplice restare lì, invece, così facendo, mi sono sentito vivo. 

C'è una filosofia dietro la programmazione? Quali caratteristiche deve o non deve avere un artista o una band per suonare oggi all'Hart? 
La parola chiave è concertazione. Con Antonio Pellegrino e Lele Nitti di Ufficio K ci confrontiamo su tutto. Ad oggi sono l'espressione della musica live in Campania, c'è stata una crescita graduale. Ha contribuito a questa crescita anche l'Hart: una location dove il pubblico può aumentare la godibilità del concerto, mantenere il rapporto di vicinanza con l'artista. Per scegliere una band o un artista guardo, per prima cosa, come suona. Non tanto il mio gusto, ma quello che può essere vicino all'utenza a cui mi rivolgo. La seconda cosa è la presentabilità e, soprattutto, la resa sul palco. Quando arrivano proposte mi faccio inviare il video dal vivo. Una delle ultime sorprese, sono stati i Joe Victor. Praticamente il palco lo mangiano. È stato bellissimo ospitarli. Ovviamente non tralasciamo anche chi vive il palco in modo più intimo. Solitamente ci muoviamo su questi due filoni. 

Amarcord. 19 Febbraio 2016 Calcutta al Lanificio25. Ti ricordi cosa successe quella sera? Vi aspettavate che potesse restare così tanta gente fuori o siete stati travolti anche voi dal fenomeno? 
Il concerto di Edoardo fu una scommessa fatta a settembre con Ufficio K quando già suonava ma non c'era ancora il progetto che ha lanciato la sua figura come il musicista che conosciamo oggi. La ricordo quella sera: quando lasci fuori persone vivi un dispiacere che viene amplificato dal fatto di non aver potuto riproporre il raddoppio della serata perché poi nei mesi è cresciuto molto e ha avuto bisogno di location più grandi e capienti. Ma, allo stesso tempo, c'è anche il piacere: dichiarare sold  out è una soddisfazione per chi sta dietro a tutta la macchina organizzativa. La cosa che conta è che non si crei disservizio perché il pubblico è il protagonista vero del live e senza di lui, o se il pubblico non si diverte, non c'è serata. 

Nello stesso anno suona Cosmo la sera di Natale. Oggi sarebbe difficile portare anche Frah Quintale al Lanificio per capienza. È cambiato qualcosa nella musica indipendente italiana e perché secondo te? 
Si, è cambiato tanto. Ci sono artisti come Carl Brave che al primo live, ormai, fanno sold out in locali da 2-3 mila persone. La differenza l'hanno fatto i social, chiaramente. Hanno fatto in modo che questi artisti uscissero molto più velocemente e fossero conosciuti subito, rispetto a un Dente o un Brunori che sono cresciuti piano piano. Marco (Cosmo ndr) ha avuto una crescita graduale, molto forte che l'ha portato, quest'anno, ad essere, praticamente, headliner in tutti i festival italiani. Altre cose che non vanno. Se posso aggiungere una cosa, vorrei dire che quando parliamo di “indie” ci riferiamo a qualcosa che è finito nel 2010. L' indipendente non esiste più come prima perché si va in radio facilmente, con le major. Quando penso a indie penso a Marlene KuntzSubsonioca o Bluvertigo che hanno preso strade diverse. 

In un momento di cambiamento come questo sono crollate un po' di certezze nella gestione dei live ma è anche un momento stimolante per chi ha coraggio di osare. In che termini un direttore artistico o un gestore deve farsi trovare pronto? Qual è l'errore da non commettere? 
Il primo errore da non commettere è snobbare le persone che ti contattano per proporti novità. Bisogna, sempre, almeno provare l'ascolto perché magari ci sono artisti validi che non sono seguiti da agenzie di stampa o uffici di comunicazione di un certo livello, che fanno fatica a venir fuori. Al momento c'è una grandissima richiesta di live ma è l'offerta che scarseggia. Quelli da proporre sono pochi, sono i soliti noti. Napoli ha una scuola fortissima di locali undergorund: MMBMamamouCellar Theoryhanno creato, nel loro piccolo un giro e un fiorire di movimenti. Per esempio l'MMB punta forte su gente come Riva o Otto. Sono tutte cose forti e ci sono perchè ci sono stati direttori che hanno creduto in questi. Sono cose fondamentali per lo sviluppo della musica dal vivo e non solo. 

Gazzelle hart
Concerto di Gazzelle all'Hart

Hai citato il Cellar Theory, locale storico che ha chiuso da poco e l'MMB che abbiamo intervistato poco tempo fa con Vittorio Maggesi che diceva che i locali piccoli hanno difficoltà perché il movimento è fermo. Cosa ne pensi? 
La chiusura del Cellar è stata una botta al cuore, ha lasciato un vuoto di sperimentazione e internazionalità che a Napoli manca dei tempi del Neapolis. Il grande locale vive di mainstream, è favorito da questo punto di vista, mentre quello piccolo deve rischiare con l'undergorund e, quando alla fine si devono fare i conti, non sempre se ne viene a capo. Si deve investire nel rapporto di fiducia con il pubblico, ma ci sono molte varianti incontrollabili come la musica del momento, il posto di moda e altre cose. La notizia che arriva da Berlino ci fa anche ragionare su quanto si senta l'assenza delle istituzioni. La musica live porta comunque un indotto anche collaterale e, poi, andrebbe incentivata in quanto arte. Vittorio ha ragione quando parla di movimento. Ad oggi sappiamo che è veramente difficile poter esprimere un festival, con grandi nomi, a cui legare tutti i rappresentanti dell'underground.  Per adesso c'è solo il network dei locali, teso all'interesse artistico, appunto, e a quello di creare un nuovo movimento. Prendi il Primavera: nasce dalla concertazione tra direttore, locali e organizzatori e, nel tempo, è diventato uno dei maggiori festival europei, ma per questo ci vogliono anche i fondi. 

Torniamo a parlare di cose più leggere. Prossimi concerti all'Hart: da chi ti aspetti tanto e chi invece vorresti portare al più presto a suonare a Napoli? 
Chiudiamo la stagione con Swing Circus. Poi continuiamo con Ufficio K con Sfera Ebbasta all'Arenile e Bonobo all'Arena Flegrea. Poi collaboriamo con alcuni festival ma ancora non posso fare nomi per questo riguarda la scaletta. Per la prossima stagione, forse, già sappiamo cosa fare ma stiamo aspettando qualche nuova uscita perché i big di oggi, per i numeri, cercheranno posti grossi come il Palapartenope e chi ha fatto sold out da noi crescerà. Quindi saremo, anche noi, costretti a tornare “piccoli”.

Anche senza fare nomi, ci racconti qualche episodio bizzarro capitato con qualche artista o booking o ufficio stampa che sia? 
Mi è capitato di fare praticamente il parcheggiatore. Una band mi fa “Resta qua, prendiamo il furgone, così non rubano il posto”. Avrebbero potuto prendere un taxi, glielo avremmo rimborsato.